XI: Cermis - Paion del Cermis - Forcella di Bombasel - Cimon del To della Trappola -
Castel di Bombasel - Laghi di Bombasel - Forcella di Bombasel - Cermis
(a piedi)

In vetta al Castel di Bombasel

I Laghi di Bombasel

Ben tre sono le vette che salgo in questa splendida giornata vissuta ancora nei Lagorai, stavolta però nella zona ovest della Val di Fiemme, quella che sovrasta Tesero e Cavalese. In macchina raggiungo il Doss dei Laresi, stazione intermedia degli impianti del Cermis. Già il nome richiama alla mente tristi fatti di cronaca: la funivia caduta negli anni '70 per l'accavallamento dei cavi, e più recentemente la geniale dimostrazione del rambismo assassino dei Marines americani, i quali, alla guida di un Caccia, hanno scambiato i nostri cieli per un videogioco tranciando i cavi della medesima funivia. Oggi su quel troncone (il più basso dei tre) è stata opportunamente messa una cabinovia, in tutti i sensi meno rischiosa. Per affrontare la mia gita, che altrimenti avrebbe avuto una lunghezza ed un dislivello quasi proibitivi, devo servirmi del secondo troncone, quello che porta ai circa 2000 metri dell'Alpe del Cermis. Volendo, qui ci sarebbe un terzo troncone, una seggiovia che raggiunge direttamente la vetta del Paion del Cermis, ma io faccio bene a non servirmene: in appena 20 minuti supero a piedi i circa 250 metri di dislivello. Davanti a me si apre ora, in tutta la sua aspra bellezza, la catena dei Lagorai. Scendo alla Forcella di Bombasel, dopodiché la salita al Cimon del To della Trappola non mi impegna per molto: in 55 minuti dall'inizio della gita sono già in vetta. Breve sosta per contemplare i dintorni, poi proseguo lungo il crinale, con destinazione il Castel di Bombasel. E qui mi rendo conto di quanto sia sempre bene chiedere informazioni ai gestori dei rifugi o degli impianti: un addetto alla seggiovia mi aveva avvertito che la roccia del Castel di Bombasel è friabile, e che non bisogna seguire sempre il sentiero ormai in disuso che corre in cresta: ad un certo punto è meglio scendere e rimontare un ghiaione sul fianco. E' esattamente quello che faccio: ben presto mi accorgo che la dorsale diventa esposta e insicura dal punto di vista della stabilità, così non esito a perdere quelle poche decine di metri di quota che però mi consentono di scegliere al meglio l'itinerario. Vedo un ghiaione che giudico percorribile e così è; la fatica si fa tuttavia sentire perché la roccia tende davvero a sgretolarsi sotto i piedi. Meglio procedere con calma. L'ultimo tratto che porta alla vetta, su roccia, non è così elementare: è necessario appoggiare le mani di continuo. Sto dunque arrampicando, e su un terreno non proprio stabile. Senza fretta e con concentrazione supero le difficoltà ed infine raggiungo i 2535 metri del Castel di Bombasel. Sono completamente solo, e leggendo le non frequentissime date sul libro di vetta capisco che quella cima è in effetti abbastanza selettiva. Riprendo le energie mangiando i miei panini e ammirando gli splendidi dintorni, fra cui i sottostanti, molteplici Laghi di Bombasel. Scendendo, l'attenzione si fa massima: la friabilità della roccia è sempre elevata ed alcuni passaggi sono abbastanza esposti, per cui scivolare non sarebbe proprio consigliabile... Arrivo giù incolume e, vista la bella giornata, decido di deviare verso i vicini Laghi di Bombasel. Il posto è molto carino e riposante; purtroppo il facile accesso dal troncone superiore del Cermis (appena 45 minuti pressoché pianeggianti) fa sì che ci sia un po' troppa gente per i miei gusti, e non esattamente silenziosa. Così mi diverto a muovermi e ad esplorare i dintorni, finché vedo che è ora di rientrare. Lungo l'ampio sentiero, in una zona assolata, faccio un incontro che bissa quello della gita alla Cima Moregna: un altro serpente! La situazione è però diversa, dato che le vie di fuga (per me...) sono molte. Tenendomi sempre a debita distanza, voglio stavolta rendermi conto di cosa si tratti. Mi avvicino un po' ed esamino la testa. Non ci sono dubbi, è triangolare: è una vipera! Le piccole dimensioni mi fanno propendere per un esemplare giovane, ma la mia osservazione si conclude lì, perché l'animale fugge dentro un anfratto. Arrivo alla stazione superiore della funivia intorno alle 16,45. Non è l'orario migliore, perché l'impianto chiude poco dopo e tutti i gitanti si affastellano per il ritorno. Le cabine, poi, sono piccole e obsolete: a vederle non è che diano una grande affidamento. Entro quando il "carico umano" è completo, e sinceramente mi sembra che si sia in troppi. Guardo il cartellino sulla parete che recita: "portata massima 37 persone", ma a occhio direi che siamo una cinquantina! Non mi sento per niente tranquillo, e per scacciare la paura decido allora di fare una goliardata, anche per misurare lo stato d'animo dei miei compagni di (dis)avventura. Subito dico ad alta voce: "Mamma mia, qui siamo in troppi! Secondo me questa funivia non terrà". La gente mi guarda sbigottita ma non replica. La funivia si stacca dai blocchi di partenza e l'enorme peso la fa subito calare di diversi metri. C'è chi emette sospiri; dal canto mio cerco di rigirarmi un po'. Cerco, ma sembra di essere sul 17 a Firenze nelle ore di punta, e forse peggio: siamo davvero stipati all'inverosimile. Riprendo il mio monologo: "Siamo partiti, ma chissà se arriveremo vivi... Guardate la nostra fune portante!". In effetti fa impressione constatare che rispetto a quella che sostiene la cabina vuota che sta salendo, la nostra è più bassa di una decina di metri. Una signora di Grosseto con cui avevo parlato prima mi dice: "Ma no... Sicuramente ci saranno dei sistemi automatici per non far salire troppa gente, ad esempio quando si convalida il biglietto e poi si passa da quella sbarra rotante". Ma io maramaldeggio e continuo a scherzare: "Ci credo poco. Anche Cecchi Gori doveva essere fermato da dei "sistemi automatici" prima che combinasse il patatrac della Fiorentina, ma così non è stato. Eppoi, il nome «Cermis» ha già una bella fama...". Il marito della signora mi fa: "Oh, io non c'ho più le palle a forza di toccarmele!". Tutti gli altri mi osservano impietriti, ma nessuno ha il coraggio di mandarmi a quel paese, come ormai mi sto aspettando. Provo a sdrammatizzare: "La verità è che cerco di esorcizzare la paura del momento". Una ragazza accanto a me, sgomenta in volto, mi dice: "Che esorcizzare ed esorcizzare... Io me la sto facendo sotto!". Concludo io: "Beh, speriamo che questa funivia abbia almeno dei buoni freni per quando saremo vicini all'arrivo". E man mano che ci avviciniamo al "traguardo", dico al macchinista: "Frena, mi raccomando... frena, che siamo in tanti!". Ma tutto si conclude per il meglio, e nessuno tenta di strangolarmi una volta fuori...

[Dolomiti 2002]